domenica 25 settembre 2016

Anagni (FR): Caffè Criminale. “Delitti e investigazioni”, un incontro formativo sulla figura e il lavoro del criminologo



Secondo l’art. 220 del Codice di Procedura Penale il magistrato può chiedere la consulenza di un perito “quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche” e, come perito di parte nominato dall’avvocato o consulente presso la polizia, oggi è inquadrata legislativamente parlando la figura del criminologo. Non essendoci un albo specifico cui iscriversi, né la visione culturale in Italia per concepire la professione come congiunturale in ogni fase dell’iter procedurale del caso questa professione rischia di essere sottovalutata, sia per quanto attiene il percorso di formazione universitario e post-universitario (Master Post –Laurea o corsi specialistici post-laurea) che per il modus operandi dell’indagine, quando e se, svolta in un assetto interdisciplinare, con una squadra che si coordina al fine di raggiungere lo stesso obiettivo, darebbe, forse, i risultati attesi. Molti “strafalcioni” in Italia, avvengono in seno all’indeterminatezza del corso della giustizia o lungaggine della stessa, tanti altri maturano invece proprio perché non si conoscono le rispettive competenze o al più si affidano a criteri di “impronta privatistica”.
Se la professione del criminologo, fosse al pari delle altre inserita all’interno delle istituzioni, forse, ci si avvarrebbe di una “certezza” più sana e di una sicurezza più consapevole perché incentrata sugli stessi criteri scientifici di ricerca, di indagine oltre che di prevenzione. Con questo spirito, per rendere, dunque, un servizio culturale, l’equipe composta da Davide Cannella, Direttore della Falco Investigazioni di Lucca, dall’Avvocato e Professore Eraldo Stefani, da Wilma Ciocci, Sociologa Criminologa e Alessandra Severi Giurista Criminologa, il giorno 14 Maggio presso il Creative Lab Officina/16 ad Anagni, si terrà “Caffè Criminale -Delitti ed Indagini”: un incontro formativo patrocinato dal Comune di Anagni (FR) e dall’Associazione Amici della Stelle presso il Convitto “Principe di Piemonte, Viale G. Matteotti, 2 dalle ore 17:00 alle ore 19:00.
Si potrà entrare in contatto con i paradigmi di una professione, il criminologo, che suscita fascino in tante persone, legandosi ad un contesto di attenzione “non consapevole”: – In Italia- mi spiega infatti la sociologa criminologa Wilma Ciocci-, si ha un interesse verso questa professione, legato piuttosto all’immagine, che alla sostanza. Dietro questa professione ci sono infatti una serie di passaggi obbligati che insistono sulla formazione, che al pubblico della tv, pronto a schierarsi come se fosse un gioco ogni qualvolta, purtroppo, si arricchisce il panorama criminale, sfuggono – .
Sulla risoluzione a “scommessa”, a mo’ di’ “secondo me è stata lei, o lui, o l’amante, o il padre o la suocera” si avvicina lo spettatore della TV, il cliente dal parrucchiere o al bar e i semplici amici in conversazioni da salotto…
Ignorando di fatto che un’indagine è un complesso e articolato insieme di atti di professionisti che, potendo lavorare in equipe, avrebbero successo non solo nella risoluzione di un fatto criminoso, quanto e soprattutto nell’avanzamento del buon livello di Giustizia, che è anche sociale, quando la formazione va a braccetto con la parola prevenzione del rischio e del crimine. La formazione – ribadisce la Ciocci – è importante altresì per scongiurare il pericolo che la sicurezza in Italia sia associata alla fortuna di essere nati a Parma, al limite, dove si è certi che una buona squadra come il RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) non è fiction ma realtà.
Nadia Lisanti



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L’Italia dei misteri. Pasolini. Il mistero irrisolto della morte


Il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini fu trovato da una donna alle 6,30 del mattino di domenica 2 novembre 1975 in uno spiazzo dell’Idroscalo di Ostia. Pasolini muore di una morte violenta, ucciso da un ragazzo di nome Giuseppe Pelosi detto “il rana” conosciuto al chiosco  di piazza dei Cinquecento a Roma. Pasolini si era fermato per chiedergli un’ informazione e dopo aver scambiato qualche battuta, lo invitò a salire in macchina.Scriverà il Pelosi sul suo libro: Io,  Angelo nero.<< Ci stai a fare un giretto? Ti pagherò per il disturbo>>, << Si ma ancora non ho magnato>>. <<Ti porto al Biondo Tevere>>. <<Per me ajo, ajo e peperoncino. E pure ‘na, birra>>E poi gran corsa fino all’ idroscalo di Ostia. Dove,  stando  a quanto nel voler del tempo  scriverà il Pino,  ecco l’ infilarsi in una strada  sterrata che pian piano si estende  in una gran radura, e il tutto ormai, quasi al buio, pure l’asfalto con le buche, e l’auto bloccata accanto a una rete metallica <<Intorno a noi c’erano delle baracche , e per il buoi intravedevo solo la rete e vaghi contorni , c’era il silenzio >> , scriverà  “il Pino”. << Lui iniziò ad accarezzarmi le gambe, mi sfiorò il pene e si toccava anche il suo. Poi me lo tirò fuori dai pantaloni e….. Omissis… Scesi . Mi s’avvicinò . Provo ad accarezzarmi dietro con le mani , visto che avevo i pantaloni calati… Fatti toccare … Omissis… Già mi ripugna ciò che è successo>>, s’incavolo “il Pino” … << Ma quello non levò le mani lo stesso, e mi sentii premere forte con un bastone…Voleva violentarmi con una mano e ora mi stava picchiando perché non ci stavo. La paura si dissolse e non ci vidi più dalla furia …>> E cosi prese a massacrarlo . Con una tavoletta. In testa. In faccia. Sui genitali. Cazzotti e calci . Finché l’ altro non cascò rantolante … <<Non sapevo che fare … A tentoni trovai la macchina , la misi in moto e ingranai la retromarcia.
Nel buio  passò più volte sul corpo di Pasolini sfigurandolo e uccidendolo. Pelosi   viene arrestato poco dopo e il 26 aprile dell’anno successivo, il tribunale dei minori di Roma lo condanna a nove anni, sette mesi e dieci giorni di reclusione per omicidio volontario in concorso con ignoti , furto e atti osceni . La sezione per i minorenni della corte d’ Appello di Roma con la sentenza del 4 dicembre 1976 assolve Pelosi dall’accusa di atti osceni conferma la condanna per le altre due imputazioni, ma elimina il riferimento al concorso con ignoti. Il 26 aprile 1979 la corte di Cassazione respinge il ricorso di Pelosi . La sentenza è definitiva.
Omosessuale, provocatore, nostalgico, esplulso dal Pci, accusato falsamente di rapina, narcisista, masochista, odiato,  censurato: Pasolini era tutto questo.
Tutti conoscevano l’omosessualità di Pasolini e sapevano  della sua passione per i giovani sottoproletari, ossimoro vivente del modello piccolo borghese che odiava profondamente. Chi lo conosceva sapeva che l’intellettuale rischiava ogni notte la vita.
Mentre Pelosi è a Rebibbia, gli amici come Oriana Fallaci e molti altri dichiarano apertamente che il delitto Pasolini è puramente politico. Questa tesi sarebbe avvalorata da alcune testimonianze raccolte tra gli abitanti delle baracche vicine, all’ idroscalo di Ostia che non avrebbero visto ma piuttosto sentito la colluttazione tra un gruppo di persone.
Le indagini appaiono agli amici affrettate, quasi a voler nascondere la verità,  del resto, vi sono state, e fin dall’inizio, delle gravi negligenze, ed un articolo sull’Europeo del 21 novembre 1975 illustra chiaramente come la scena del crimine venne inquinata. La polizia, accorsa sul posto verso le sette di mattina, non disperse la folla di curiosi, e non vennero nemmeno indicati i punti esatti dei vari ritrovamenti. La macchina di Pasolini rimase esposta ad una pioggia insistente, e dopo aver svolto le prime indagini venne rottamata. Sul luogo del delitto non giunse nemmeno un medico legale, e sull’adiacente campetto di calcio, che poteva offrire segni di plantari e pneumatici, venne giocata una partita.
Pasolini per i fascisti era un ” Culattone di sinistra”.  Per la sinistra un disfattista. In ogni caso era “la voce insopportabile dell’intelletualità nostrana”.
Aveva ritirato fuori il caso della morte di Enrico Mattei, facendo il nome di Eugenio Cefis (presidente Montedison) come presunto mandante in nome dei servizi segreti italiani e americani per conto delle sette sorelle.
Mentre si svolgono i funerali, comincia la battaglia dei sostenitori del caso politico che avrebbe portato all’eliminazione fisica di un intellettuale scomodo per tutti.
Non piaceva dunque ai politici, ma neppure alla borghesia industriale per le sue lotte contro il consumismo. Era più conservatore dei conservatori quando parlava del futuro dell’Italia, e del suo passato ideale innocente e contadino perduto per sempre. Era stato contro l’aborto, e molti in quegli anni non avevano digerito la sua presa di posizione.
La lotta degli intellettuali vicini a Pier Paolo non produce prove determinanti per cambiare il corso dell’iter giudiziario. Pelosi paga con il carcere. Nel 2005 al Costanzo Show ritratta e dichiara di non essere stato solo quella notte, ma in compagnia di una banda di giovani con l’accento siciliano.
La nuova versione di Pelosi è stata la base per nuove indagini, iniziate ufficialmente nel 2010, grazie anche a una lettera scritta da Walter Veltroni all’allora Ministro della Giustizia Angelino Alfano, nella quale l’ex sindaco di Roma sollecitava la riapertura del caso.Tuttavia, nonostante la presenza di nuovi testimoni e il gran il lavoro condotto dall’avvocato Guido Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini, le novità non sono state ritenute rilevanti e le indagini sono state nuovamente archiviate.
Il Messaggero il giorno 13 aprile 2010 riportava il titolo “riapertura delle indagini per il caso Pier Paolo Pasolini”.
Silvio Parrello, in arte “er pecetto”, è stato ascoltato dal pm  Minisci per più di due ore dopo la convocazione di alcuni giorni  come «persona informata dei fatti». La sua testimonianza era stata già registrata e raccolta dall’avvocato romano Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini. Al pm “er pacetto” ha raccontato quello che nel quartiere si dice da sempre. Vale a dire che subito dopo la morte del poeta, unaAlfa Romeo quasi identica a quella di Pasolini, sarebbe stata portata in una carrozzeria sulla via Portuense. «Era sporca di sangue e di fango, aveva una botta sulla fiancata», ha detto Parrello al magistrato.
“Er pecetto” in passato era stato già sentito dall’allora presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino e dall’avvocato di parte civile Guido Calvi. Questa volta però ha fatto i nomi. Quello del carrozziere, e, in particolare, quello dell’amico dal quale ha raccolto tutte le sue confidenze. E ha anche aggiunto il nome di un altro carrozziere che vedendo l’Alfa in quello stato e collegandola al delitto si era rifiutato di ripararla.  Ad avvalorare la versione è la relazione del perito di parte Faustino Durante. Il primo ad ipotizzare subito dopo l’omicidio che a schiacciare Pasolini fosse stata un’altra auto. Lo sterrato dell’Idroscalo, scriveva il medico-legale, «era costellato di buche profonde, la coppa dell’olio situata a 13 cm dal suolo non recava tracce di strusciature e di urti, cosa che invece doveva avere. Il terminale della marmitta non evidenziava nessun segno di urti se non lateralmente, ma erano segni di vecchie ammaccature, il frontale dell’auto era privo di tracce sia di sangue, sia di capelli, sia di cuoio capelluto».
Visionario Parrello? Nuova pista? La risposta potrebbero darla i reperti conservati in uno scatolone al Museo criminologico di Roma, se analizzati con nuove tecniche investigative. Il pezzo forte è il plantare di una scarpa destra trovato nell’auto di Pasolini. misura 41, «logoro e rovinato, non poteva appartenere certo a qualcuno ricco», indirizza i suoi sospetti Parrello. Un nome entrato e uscito dall’inchiesta, è quello di Johnny Lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, claudicante da quando in uno scontro a fuoco fu ferito al piede. Ex ergastolano.
Wilma Ciocci  Alessandra Severi
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Misteri d’Italia. Roma anni ’50. L’omicidio della piccola Annarella

Anna Maria Bracci, chiamata da tutti gli abitanti della borgata romana Primavalle in cui lei abitava, Annarella, era una bambina di dodici anni, forse più minuta rispetto alla sua età, con capelli corti, neri e lucidi, e sotto la  frangia sbarazzina due occhi scuri e profondi.
Viveva con la madre e alcuni fratelli, il padre Riziero Bracci a cui lei era molto affezionata se ne era andato i casa dopo  aver scoperto la relazione della moglie, Marta Fiocchi,  con un altro uomo.
“Papà posso venire con te?!” così   domandava la piccola a Riziero, che lavorava al Teatro dell’Opera, e spesso le permetteva di nascondersi dietro le quinte per assistere agli  spettacoli.
Annarella era più matura delle ragazzine della sua età: aiutava nei lavori domestici, veniva mandata a fare la spesa. Il suo unico sogno era quello di avere da mangiare tutti i giorni, anche un pezzo di pane, perché non c’era speranza di assaporare qualche dolce. Aveva l’innocenza dei ragazzini e l’ingenuità che si possiede quando si è vissuta una vita senza promesse. Ubbidiente, era sveglia e veloce, aveva dovuto imparare presto a cavarsela da sola, perché la madre non riusciva a gestire da sola i figli, la casa, i problemi economici. Nel tardo pomeriggio del 18 febbraio 1950 fu mandata dalla madre e comprare del carbone e a chiedere ad una vicina un goccio d’olio.  Uscì di casa e nessuno la vide più. La polizia non prese sul serio subito la denuncia, ma si  occuparono della sua scomparsa solo  sei giorni dopo, quando le proteste del quartiere si trasformarono in un coro indignato. E fu allora che polizia e carabinieri si mobilitarono cercando Annarella ovunque. Fu solo il 3 marzo che il suo corpo senza vita, senza gonna né mutandine, fu trovato all’interno di un pozzo profondo 13 metri, tra via Torrevecchia e l’attuale via Logoleto. Annarella aveva una profonda ferita da arma da taglio alla testa e portava i segni di una tentata violenza sessuale. Il nonno disse: «Ho sognato che era in un pozzo» e i sospetti si indirizzarono, ma solo per poco, verso di lui. Fu una testimonianza a squarciare il buio delle indagini. Qualcuno rivelò che quella sera Annarella era stata vista in strada, seduta su un muretto, mentre mangiava castagne con Lionello Egidi, amico di famiglia e presunto amante della mamma Marta Fiocchi. Sposato e padre di due figli, lavorava come giardiniere e talvolta aiutava la famiglia di Annarella. Il 24 Febbraio, Lionello Egidi, detto “il biondino“, fu fermato e trattenuto in questura. L’11 Marzo, dopo 15 giorni di carcere, Egidi si dichiarò colpevole.
Una volta arrivato a Regina Coeli, ritrattò però tutte le sue dichiarazioni: aveva confessato il crimine, solo per non essere più picchiato. Picchiato con tanta violenza che quando uscì dal carcere non venne  riconosciuto dai suoi familiari. Al giudice confessò  di aver ucciso la piccola salvo poi ritrattare. «Sono stato costretto a fare quella confessione perché sennò non smettevano di darmi pugni».  Nel processo del 1954, fu assolto per insufficienza di prove. In Appello nel 1955  Egidi venne condannato per l’omicidio di Annarella a ventisei anni ed otto mesi di reclusione, ma nel Gennaio 1957 la Cassazione annullò la condanna ed “il biondino” venne scarcerato. Nel 1954 e nel 1961, molestò due minorenni e scontò alcuni anni di carcere. Nel 1966, fu definitivamente assolto per il delitto di Annarella che rimase senza colpevoli.
 L’impressione sulla gente di Roma fu vivissima e travalicò anche i confini cittadini. Al funerale, a spese del Comune, data l’estrema povertà della famiglia, parteciparono le più alte cariche capitoline: il Prefetto, i più alti dirigenti della polizia ed una nutrita folla proveniente soprattutto dalle periferie della città. Quasi tutti i quotidiani dell’epoca concordarono su una cifra superiore alle centomila persone. La bambina riposa al cimitero del Verano, nella cappella di Raniero Marsili. Una targa, collocata all’esterno della cappella in questione, ricorda a chi legge che tra quelle quattro mura c’è il corpo di una bambina vittima delle perversioni altrui. Luchino Visconti ne trasse un cortometraggio, “Appunti su un fatto di cronaca”, con commento di Vasco Pratolini. Roberto Rossellini ambientò proprio a Primavalle il suo “Europa ’51”, con Ingrid Bergman. Riposa in pace Annarè, piccola vittima senza il colpevole.
Wilma Ciocci
Alessandra Severi


L’Italia dei misteri. Il delitto di Torvajanica. La giovane Wilma Montesi vittima dell’intreccio tra sesso e potere. Il primo grande scandalo del dopoguerra


    
Un giallo macchiato di rosa shocking” così  fu definito dai giornalisti   il ritrovamento del corpo senza vita di Wilma Montesi, giovane e brava ragazza promessa sposa di un poliziotto. Giovedì  9 aprile 1953 la sorella di Wilma, Wanda Montesi, insieme alla madre uscirono per andare a vedere al cinema “La carrozza d’oro” di Jean Renoir. Wilma decise di  rimanere a casa, preferiva così, come disse alla madre e alla sorella.
Ma Wilma quel pomeriggio lasciò l’appartamento di Via Tagliamento a Roma in cui viveva con i fratelli e i genitori e non vi fece più ritorno.
Alle 21,00 di quella stessa sera, i familiari preoccupati perché non era solita andare in giro da sola e per il fatto che non fosse ancora rientrata, il sig. Montesi  insieme a Sergio, il fratello di Wilma, se ne andarono per la città alla ricerca della ragazza. Ma fu tutto inutile, nessuno aveva visto una giovane donne che corrispondesse alla sua  descrizione fisica.
Alle 23.00 Rodolfo Montesi si recò al commissariato di zona  per denunciare la scomparsa della figlia. Sabato Santo  11 aprile 1953 intorno alle 17,00 fu portato in una cella frigorifero dell’Istituto di Medicina il corpo di una donna non identificato perché privo di documenti,  ritrovato sulla spiaggia di Torvajanica. L’autopsia si sarebbe svolta qualche giorno dopo perché  era proprio l’week end i Pasqua e i medici erano in vacanza. Il giornalista Fabrizio Meneghini del quotidiano “Il Messaggero” riuscì in qualche modo a vedere la vittima e dalla descrizione fattane nell’articolo che uscì la domenica di Pasqua il sig. Montesi  si rese conto che poteva trattarsi della sua Wilma.
http://shop.ilmessaggero.it/archivio
Quella stessa mattina insieme al Commissario, i signori Montesi si recarono presso l’Istituto per fare il riconoscimento.
Il corpo di Wilma fu ritrovato seminudo (senza gonna, calze e reggicalze) sulla spiaggia di Torvajanica.
In quell’epoca non esistevano mezzi pubblici che da Roma portassero fino in quell zona. Come avrebbe potuto dunque la signorina Montesi senza auto e senza patente , arrivare su quel tratto di litorale?!
L’esame autoptico fu fatto tre giorni dopo il ritrovamento del cadavere e con una buona dose di approssimazione  (non fu eseguito l’esame del sangue). La causa del decesso: annegamento, nello stomaco un gelato non digerito, mangiato evidentemente poco prima del decesso. Alcuna spiegazione era data in riferimento alle macchie riportate sul volto. Per escludere che fosse stata vittima di un bruto fu resa pubblica l’illibatezza della vittima. La questura, basandosi sull’autopsia fatta dall’Istituto di Medicina legale, attribuì la morte ad una sincope dovuta ad un pediluvio e conseguente annegamento.
Ipotesi avvalorata dalla testimonianza della signora Rosa Passarelli la quale riferì di aver visto Wilma salire sul trenino Roma Ostia alla stazione della Piramide giovedì pomeriggio alle 17e30.
“Si era seduta proprio davanti a me e si era tolta il cappello, tenendo la borsetta sulle ginocchia…Quando si è in treno e non si ha niente da leggere l’unica cosa che si può fare è osservare i compagni di viaggio. E io ho osservato lei, perché la sua figura , così graziosa e giovane, mi aveva incuriosito. Ho avuto il tempo di notare ogni dettaglio: la borsa di pelle, le scarpe di foggia particolare (così ben descritte negli articoli che ho letto), il maglioncino dolcevita e il giaccone, il giaccone col collo a scialle di quel giallo-verde…una tinta strana, un po’ azzardata, se permette, ma a lei stava bene. Con la sua carnagione e quel colore di capelli…neri corvini, li definirei.”.
Sul perché Wilma si fosse recata ad Ostia aveva risposto Wanda, la sorella, raccontando  che la vittima soffriva di un eczema ad un tallone provocato dalle scarpe nuove, che curava con  la tintura di iodio, ma il prurito non era passato, così qualche giorno prima Wima le aveva chiesto se l’avrebbe accompagnata a Ostia dato che aveva sentito che l’acqua di mare per quel tipo di problemi faceva miracoli.  Quindi per la Questura la donna era caduta in mare mentre faceva un pediluvio ad Ostia, dove era stata vista sul trenino Roma-Ostia. Ma come spiegavano la distanza  da Ostia al luogo del ritrovamento?! Semplice, le correnti marine avevano trasportato il corpo fin lì.
Ma come si può morire per un pediluvio?!
Apparentemente il caso sembrava archiviato, fino all’ottobre di quell’anno, quando il direttore di un settimanale scandalistico Silvano Muto pubblicò un articolo in cui raccontava che Wilma Montesi si trovava nella riserva di caccia del marchese e Democristiano Ugo Montagna, durante un party a base di sesso e alcol, a cui avrebbe anche partecipato Piero Piccioni musicista, figlio del Ministro degli Esteri , un notabile democristiano  favorito nella successione a De Gasperi. I complici, spaventati per le conseguenze dello scandalo, avrebbero trasportato il corpo della ragazza sulla spiaggia e l’avrebbero abbandonato. Le accuse verranno appoggiate da altre due aspiranti attrici , Adriana Bisaccia e Annamaria Moneta Caglio, quest’ultima ex fidanzata del Marchese Montagna . Muto fu subito denunciato  per diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico.
Moltissimi giornali scrissero in riferimento alla vicenda, fu una vera e propria campagna stampa nazionale tesa alla scoperta della verità.
Il caso Montesi fu il primo spiraglio su quella che di lì a poco, sarà definita la dolce Vita. Fellini raffigurerà simbolicamente la fine di Wilma nel finale del suo capolavoro, con la scena dei giovani bene che intorpiditi dall’ orgia,  guardano sulla spiaggia deserta, il corpo di una misteriosa creatura bianca uscita dal mare. Perchè è cosi importante il caso Montesi? E’ il primo caso legato  ai drammi del sesso , sangue e potere della Repubblica . Se Fanfani ha vinto lo scontro con Piccioni per la successione a De  Gasperi è proprio a questo caso. E se Wilma non fosse Morta? La storia del nostro paese sarebbe stata diversa?
Già nel maggio dello stesso anno un settimanale satirico, “Il merlo giallo”, faceva allusioni forti pubblicando  la vignetta di  un piccione viaggiatore che portava un reggicalze in bocca. La vignetta aveva un’ironia sottile, si riferiva neppure troppo velatamente  all’onorevole Piccioni ed al reggicalze che  mancava a Wilma quando venne ritrovata.
La magistratura romana decise di intervenire pubblicamente, così il procuratore capo, Angelo Sigurani il 24 aprile durante una conferenza stampa disse: “ la morte della Montesi non  chiara. Il caso non è affatto chiuso. Si invita chiunque possa collaborare con la giustizia a presentarsi al magistrato”.
Nel settembre del 1954 arriva il colpo di scena. Piero  Piccione annuncia le dimissioni dalla carica di ministro e dopo due giorni, il figlio viene arrestato con l’accusa di concorso in omicidio colposo e uso di stupefacenti.
Dopo qualche ora, Ugo Montagna si reca spontaneamente a Regina Coeli mentre al ex questore di romano , Saverio Polito, viene notificato un mandato di comparizione con l’accusa di aver sviato le indagini allo scopo di archiviare il caso come semplice incidente. Ma nel processo finale tutti gli accusatori verranno dichiarati innocenti. Il principale imputato Piero Piccioni se la cava, perché la sua innocenza sarà convalidata da un alibi fornito dall ‘attrice Alida Valli all’ epoca dei fatti sua fidanzata. Gli unici condannati restano Silvano Muto e la sua testimone  Adriana Bisaccia. Questa Assoluzione non ha nessuna rilevanza ai fini politici. Ormai  l’antagonista di Fanfani è uscito di scena…
Wilma Montesi resta ancora oggi una vittima senza colpevole.
Alessandra Severi –  Wilma Ciocci   


Omicidi irrisolti. Marco Vannini, il mistero rinchiuso nelle mura domestiche


Marco Vannini, il giovane bagnino di Cerveteri  è rimasto ucciso in seguito a un colpo di pistola mentre si trovava in casa della fidanzata la sera del 18 maggio scorso.
Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina con incarico nei servizi segreti, papà della fidanzata, si è  subito autoaccusato. Ai magistrati  riferisce di una tragica accidentalità avvenuta mentre Marco si trovava nella vasca bagno. Ecco il contenuto del verbale dell’interrogatorio: “Ricordo che la pistola mi stava scivolando e afferrandola con l’indice della mano destra premevo con forza la leva di scatto, il grilletto, provocando l’esplosione di un colpo. Il serbatoio era innestato e vi erano all’interno 12 ulteriori pallottole”..
E’ incredibile che sia un militare a parlare in questi termini, a non saper maneggiare un’arma da fuoco, a non accorgersi che la pistola fosse carica di proiettili.
Le foto della scena del crimine, mostrate dalla trasmissione “Chi l’ha visto?”, evidenziano come  la vasca da bagno fosse perfettamente pulita e non c’è, senza  una sola macchia di sangue né all’interno,  né sui bordi, né sulle mattonelle intorno.
Eppure non è plausibile che un ragazzo ferito da un colpo di pistola non abbia perso sangue: ciò significa che o la scena del delitto è stata attentamente ripulita, oppure la pistola ha sparato in un’altra stanza dell’abitazione.
Non si comprende, poi, come Ciontoli, che è un militare, possa aver pensato che la pistola fosse scarica.
Sulla calibro 9 che ha sparato non sarebbero poi state rinvenute impronte digitali né tracce biologiche; ciò significa che o la pistola dalla quale è partito il colpo è stata perfettamente ripulita o Marco Vannini è stato raggiunto da un proiettile partito da un’altra pistola.
La procura di Civitavecchia ha iscritto formalmente nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario e dolo eventuale: Martina Ciontoli, fidanzata di Marco, il padre di Martina Antonio Ciontoli, Federico Ciontoli, fratello della fidanzata e la madre di Martina, Maria Pezzillo. A giudizio anche Viola Giorgini, fidanzata di Federico, con l’accusa di omissione di soccorso. Secondo l’accusa, a prescindere da chi abbia ferito a morte Vannini, tutti i presenti in casa sono responsabili  della morte di Marco.
L’aspetto più grave della vicenda, riguarda il ritardo con cui sono stati chiamati i soccorsi.
Marco Vannini viene ferito alle 23,20. La prima telefonata al 118 arriva alle 23,40 . Un ritardo, secondo quanto riferito dal Ciontoli, dovuto al fatto che lo stesse preparando per portarlo lui stesso in ospedale.
Al telefono c’è il figlio Federico, che non parla  di ferita da arma da fuoco, e chiude la conversazione dicendo che non c’è  più bisogno dell’ ambulanza.
Passa circa mezz’ora. Alle 24,06 arriva una seconda chiamata al 118.
Questa volta al telefono c’è Ciontoli, e riferisce  di una ferita provocata da un pettine.
Vista la segnalazione, l’ambulanza parte in codice verde, agli infermieri non viene ancora detta la verità.
Il primo che sente parlare di colpo da arma da fuoco è un medico,  ma  ormai  è  l’una di notte.
Marco viene trasportato all’ospedale Gemelli di Roma in elicottero;  ma è troppo tardi. Il ventenne muore alle 3,10 per shock emorragico.
Sono passate quasi 4 ore dal momento del presunto incidente. È gravissimo che un militare abbia del tutto omesso di riferire al 118 che la ferita fosse dovuta all’esplosione di un colpo da arma da fuoco, impedendo, così, un intervento tempestivo dei sanitari.  Gli esiti della perizia medico-legale, disposta dalla procura di Civitavecchia, avrebbe affermato che «una immediata e corretta attivazione dei soccorsi avrebbe evitato, con elevate probabilità, il decesso del paziente».
Sono acora più sconvolgenti, le numerose intercettazioni telefoniche ed ambientali disposte  nell’immediatezza dei fatti, grazie anche all’impegno del personale della stazione dei carabinieri di Ladispoli, della Compagnia di Civitavecchia e del reparto investigazioni scientifiche di Roma; dimostrerebbero che tutti erano a conoscenza di quanto accaduto quella notte. I Ciontoli omisero però di dire all’operatore Ares che Marco Vannini era stato ferito da un’arma da fuoco.
Nel video mandato in  dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” Martina ha appena perduto il suo ragazzo e tuttavia consola il padre, gli accarezza la testa: “E’ andata così eh, mo’ basta…”. Poi piange: “Era destino che morisse”.
La famiglia Ciontoli non dimostra nessun segno di umanità e preoccupazione per la vita del giovane . Tutti gli indagati hanno più volte ripetuto, in sede di interrogatorio, che “è stato un colpo partito per sbaglio” ad uccidere Marco, ma si sono contraddetti a colloquio con gli inquirenti.
Le incongruenze sono tante, ma quello che sconcerta di più è l’ omertosità che porta l’ intera famiglia a mentire subito dopo i fatti , potrebbe svelare una responsabilità di gruppo, che nella storia della Criminologia è legata ad ambienti mafiosi.
ll meccanismo oscuro che regola la famiglia Ciontoli  sembra essere governato dall’impulso primitivo dell’unità famigliare a ogni costo. Contro tutte le regole sociali ed il codice penale e senza nessun  rimorso per avere reso un inferno la vita di altri genitori, tuttora sconvolti dal dolore e dalle assurde dinamiche che  hanno sottratto loro un giovane figlio.
Solo il processo potrà fare chiarezza sui tanti lati oscuri della vicenda.
Wilmaciocci&Alesandra severi

martedì 17 maggio 2016

Sabato 14 Maggio si è svolto ad Anagni il 3 Incontro del Caffè Criminale, evento organizzato dall' officina16 e dall'associazione amici delle stelle. I relatori: Avvocato Professore Eraldo Stefani, l' investigatore Davide Canella, Wilma Ciocci Sociologa Criminologa, Alessandra Severi Giurista Criminologa. I casi Trattati: La misteriosa morte di Denis Bergamini e la strage di Caraffa.

                         



Grazie a tutti i partecipanti e al prossimo Caffè Criminale. 

Wilma&Alessandra

lunedì 23 novembre 2015

Sabato 21 novembre 2015 si è svolto, presso il Lucca Libri, il primo di una serie di appuntamenti intitolati "Caffè criminale".
Oltre alla nostra presenza vi erano l'ivestigatore Davide Cannella e l'avv. del Foro di Firenze nonchè professore della Sapienza di Roma Eraldo Stefani, entrambi conosciuti sia a livello nazionale che internazionale.
Il tema dell'incontro riguardava le indagine, e grazie alla interessata partecipazione del pubblico, peraltro molto numeroso, molteplici sono stati gli aspetti analizzati.
Da un primo inquadramento giuridico e normativo, si è passati a discutere dell'importanza della criminologia,del ruolo del criminologo oggi, per poi proseguire all'osservazione di immagini di casi concreti in riferimento ai rilievi effettuati in acqua (vicenda della Costa Concordia) e ai rilievi di terra su una scena di un duplice omicidio.




Quella dell'investigazione e', o dovrebbe essere, una scienza esatta e, quindi, dovrebbe essere trattata in maniera fredda e distaccata.
ARTHUR CONAN DOYLE, "Il segno dei quattro"



La vera figura del Criminologo- Investigatore

La figura del criminologo – investigatore si afferma come ruolo cardine all'interno del processo investigativo, perchè si pone come punto di collegamento tra conoscenze sociologiche, giuridiche, antropologiche, statistico e scientifiche, componendo già in fase di indagine, un quadro efficace. L'elemento fondamentale non è solo la ricerca della verità, tramite l'applicazione di ragionameni e tecniche investigative protese ad eliminare qualsiasi errore investigativo, ma la tempestività dell'azione investigativa. 
A partire dal 2000 alla professione del Criminologo è stata data un certo rilievo processuale, in quanto la riforma del codice di procedura penale ha in parte rivoluzionato la figura dell'avvocato, sancendo anche per costoro, la possibilità di compiere atti di indagini attraverso la collaborazione della figura dell' investigatore privato.
La criminologia quindi, in quanto disciplina interdisciplinare e multidisciplinare si occupa di studiare i fatti delittuosi , gli autori dei delitti e le differenti reazioni che la società mette in atto per combatterli o prevenirli, elabora metodi, teorie, approcci diversi allo studio del crimine, in quanto non vi è una causa universale per l'agire criminoso, bensi una serie di variabili causali, da vautare caso per caso.
Quindi, il criminologo non deve essere inteso come uno studioso onnisciente, o come si dice in senso ironico "tuttologo", poichè il suo compito è quello di saper integrare in una visione sintetica di dati , conoscenze ed approcci e metodi provenienti da campi diversi del sapere.




La figura mediatica del Criminologo.


Molto spesso, l’informazione viene trasformata e condita da considerazioni fantasiose, da personaggi che si cimentano nella ricostruzione dei fatti criminosi senza alcuna competenza. 

La spettacolarizzazione di eventi tragici e reali, sminuisce la figura non solo delle parti processuali, che normalmente svolgono queste attività dando un contributo scientifico di grande rilievo, che invece in tv viene facilmente travisato. 
La figura che più di tutte ne risente è quella del criminologo: figura ormai ridotta nell’immaginario collettivo ad un personaggio da talk show che dice genericamente la sua in merito a qualunque argomento.
Pensiamo al coinvolgimento sociale della vicenda del Mostro di Firenze, un caso irripetibile, ed unico nella storia criminologica italiana, europea e forse mondiale, ma è anche il fallimento, dell’applicazione di ogni tecnica investigativa che abbia un richiamo scientifico. Per cui ogni lettore, si è immedesimato nella storia, o come vittima o potenziale omicida, ma sopratutto come criminologo! 








Alla prossima Wilma&Alessandra